La nascita di Torre Spaccata. I parte

Posted by on marzo 14, 2015 in Storia del quartiere | 3 comments

La nascita di Torre Spaccata. I parte

Il “piano” INA-CASA

 

28 febbraio 1949.
Chissà quanti abitanti del nostro quartiere conoscono questa data: magari ci sarà qualcuno che festeggia qualche ricorrenza o qualche anniversario, ma in realtà la cosa dovrebbe riguardare un bel po’ di persone. Volete sapere perché? Andiamo con ordine.

Fin dall’immediato dopoguerra, da una parte c’era un paese da ricostruire e migliaia di persone senza un alloggio dignitoso, dall’altra gli urbanisti stavano chiedendo con forza al Governo un piano nazionale e un organo centrale in grado di coordinare la ricostruzione.

Si deve ad Amintore Fanfani una prima riflessione che affronta il problema della povertà nei suoi diversi aspetti sociali, sottolineando la centralità del degrado delle condizioni abitative nel determinare condizioni di miseria.
Da questa riflessione nasce l’iter parlamentare del progetto di legge, presentato dallo stesso Fanfani, all’epoca ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, che prese avvio nel luglio 1948.
A pochi anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale e a poco più di un mese dall’insediamento del V Governo De Gasperi, con questa iniziativa il ministro intese in primo luogo affrontare il problema della disoccupazione, attraverso lo sviluppo del settore edilizio, ritenuto ambito capace di promuovere la rinascita economica dell’Italia del dopoguerra.
Con la legge del 28 febbraio 1949, n. 43 il Parlamento approvò il “Progetto di legge per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori”, che fu quasi subito denominato “Piano Fanfani”.
Inizialmente il piano prevedeva una durata settennale, ma successivamente venne prorogato sino al 1963.

Amintore Fanfani

L’intervento, gestito dall’INA-Casa, voleva favorire oltre al rilancio dell’attività edilizia, anche l’assorbimento di un considerevole numero di disoccupati e la costruzione di alloggi per le famiglie a basso reddito.
Il piano venne finanziato attraverso un sistema misto che vide la partecipazione dello Stato, dei datori di lavoro e dei lavoratori dipendenti. Questi ultimi, attraverso una trattenuta sul salario mensile – l’equivalente di una sigaretta al giorno, come recitava la propaganda dell’epoca – furono così in grado di aiutare i compagni più bisognosi.

I timori che si stesse mettendo in piedi un lento, pesante e dispendioso apparato furono presto smentiti dalla costituzione di un ente centralizzato e snello gestito da INA-Casa, che si strutturò su una fondamentale diarchia.
Innanzitutto il Comitato di attuazione del piano, un organo che svolgeva vigilanza generale, emanava norme, distribuiva fondi e incarichi, diretto dall’ingegnere Filiberto Guala. Mentre nei suoi aspetti architettonici e urbanistici il piano era coordinato dall’architetto Arnaldo Foschini, esponente di rilievo della ‘scuola romana’, preside della facoltà di Architettura della capitale, dirigente di associazioni degli architetti.

All’avvio del piano, gli urbanisti italiani non mancarono però di esprimere i loro dubbi in merito a questo programma, ancora delusi dalla piega presa dalla ricostruzione postbellica: Gio Ponti, durante l’iter della legge di istituzione dell’INA-Casa, criticherà il piano e la sua architettura giudicata troppo uniforme e scontata, ma la maggioranza dei migliori architetti dell’epoca parteciperà ai progetti: da Irenio Diotallevi, a Mario Ridolfi a Michele Valori, da Carlo Aymonino, a Franco Albini, dallo studio BBPR a Castiglioni, da Ignazio Gardella e Daneri, a Figini e Pollini, Ettore Sottsass e Enea Manfredini. Fu pure coinvolta una moltitudine variegata di professionisti, che comprendeva, oltre agli architetti, urbanisti, ingegneri, geometri, che parteciparono alla realizzazione dei molti quartieri popolari, con i più svariati nomi, disseminati in tutto il territorio nazionale.
Superate le iniziali perplessità, il piano cominciò dunque ad apparire ai tecnici un’opportunità per riscattare la “banale ricostruzione” realizzata fino a quel momento; in questo vasto programma di nuovi quartieri promossi dallo Stato, essi vedevano ora la possibilità di incidere sullo sviluppo urbano e sulla forma fisica e sociale delle città.

Cantiere INA Casa

Il piano seguiva precise direttive, che si ricollegavano e facevano propria, in primo luogo, la tendenza architettonica prevalente in quel periodo in Italia che era quella del Neorealismo architettonico e cioè di un legame stretto con la tradizione, che portava ad una reinterpretazione del temi razionalisti basata sulla coerenza compositiva dei materiali, delle scelte tecnologiche, dei particolari architettonici, delle interpretazioni sociologiche e psicologiche dell’ambiente costruito e dello spazio architettonico esistente e storico. In secondo luogo, proprio per garantire il ritorno occupazionale, era previsto l’utilizzo nelle varie fasi realizzative di imprese locali e di piccoli imprenditori.

Il 1° aprile 1949 era pronta a partire quella che l’architetto e urbanista Giuseppe Samonà definì allora una «grandiosa macchina per l’abitazione». Già il 7 luglio, a Colleferro, nei pressi di Roma, si inaugurò il primo cantiere; il 31 ottobre ne erano in funzione in diverse località del Paese oltre 650. A pieno ritmo, questa «grandiosa macchina» produceva settimanalmente 2.800 vani, riuscendo a dare una casa a circa 560 famiglie a settimana. Fino al 1962, i 20.000 cantieri diffusi in tutta Italia, nelle grandi città come nei piccoli centri, offriranno un posto di lavoro ogni anno a oltre 40.000 lavoratori edili, costituenti un impiego pari al 10% delle giornate-operaio dell’epoca.

Cartello cantiere INA Casa

Grazie ai circa due milioni di vani realizzati nei quattordici anni di attività, con questo piano oltre 350.000 famiglie italiane migliorarono le proprie condizioni abitative. Secondo un’indagine promossa dall’ente tra gli assegnatari, il 40% dei nuclei familiari, prima di trasferirsi nei nuovi alloggi, abitava in cantine, grotte, baracche, sottoscala e il 17% in coabitazione con altre famiglie. Moltissimi erano gli immigrati dalle campagne, dal Sud, e molti i profughi dall’Istria e dalla Dalmazia.

Alcuni dei quartieri realizzati con il piano compongono oggi le pagine delle storie dell’architettura e dell’urbanistica del Novecento italiano e si articolano tra diverse idee di città, di spazio, di comunità. Ma a essere degni di attenzione non sono soltanto gli interventi più conosciuti, quelli progettati dagli architetti di fama. Chiunque visiti oggi le realizzazioni di allora può notare lo sforzo compiuto per elevare e diffondere la qualità della progettazione in questi luoghi dell’abitare quotidiano.

Un risultato raggiunto grazie a una serie di scelte compiute dall’INA-Casa e orientate a controllare e coordinare la progettazione degli interventi. Inizialmente, svolsero un ruolo determinante i concorsi per la selezione dei progettisti, concorsi mirati alla formazione di un albo speciale di ‘progettisti INA-Casa’. Coerentemente con l’impostazione ‘antindustriale’ e l’esclusione del ricorso alla prefabbricazione, la via scelta per la progettazione dei quartieri aveva escluso la redazione centralizzata di progetti-tipo, prevedendo piuttosto l’ampio coinvolgimento dei progettisti italiani e favorendo in questo modo anche il rilancio delle libere professioni nel settore edilizio.

Una guida e un coordinamento della progettazione avveniva attraverso piccoli ‘manuali’ pubblicati dall’INA-Casa, due nel primo settennio e due nel secondo: fascicoli che raccoglievano suggerimenti, raccomandazioni, orientamenti, schemi, esempi, per ‘guidare’ piuttosto che per codificare la progettazione di alloggi, edifici, nuclei e quartieri, nel tentativo di attribuire a tutti gli interventi una certa qualità tecnologica, architettonica e urbana, evitando, al tempo stesso, un’eccessiva omologazione delle realizzazioni del piano. Gli esempi forniti, infatti, venivano proposti non come norma da applicare, ma come modelli da interpretare e rielaborare, seguendo le esigenze e le condizioni dei diversi contesti locali.

Fascicolo INA Casa

Dopo due settenni di attività, con l’approvazione della legge 14 febbraio 1963 n. 60, “Liquidazione del patrimonio edilizio della Gestione INA-Casa” e l’istituzione di un programma decennale di costruzione di alloggi per lavoratori, l’esperienza dell’INA-Casa, tra luci e ombre, si chiuse definitivamente. Altri enti (la Gescal – Gestione Case per i Lavoratori , i Comuni), altre norme e altri strumenti (per es., la legge n. 167 del 18 aprile 1962, che promosse piani comunali per l’edilizia economica e popolare) prenderanno il suo posto nella programmazione, nel finanziamento e nella costruzione di edilizia sociale.

Una singolare caratteristica del progetto fu quella di apporre, su tutti gli edifici realizzati, una targa in ceramica policroma (alcune delle quali realizzate da grandi artisti quali Alberto Burri, Duilio Cambellotti, Tommaso Cascella, Pietro De Laurentiis, Piero Dorazio) che alludesse o al tema del progetto o, più in generale, al tema della casa come luogo felice. L’applicazione delle targhe sugli immobili, per le quali erano stabilite le misure, la posizione e i prezzi massimi, era una delle condizioni per il rilascio del certificato di collaudo.

Maioliche INA Casa

Proviamo a fare un censimento delle ceramiche apposte sui palazzi di Torre Spaccata?
Mandateci una foto con l’indicazione della palazzina, via e numero civico.

3 Comments

  1. Vi invito a correggere l’ultimo paragrafo del testo, poiché riporta notizie errate, o non completamente corrette, per quanto riguarda la vicenda delle formelle Ina Casa. Le due immagini con formelle che sono utilizzate in questo articolo sono tratte da un saggio (di cui sono peraltro autore) che chiarisce in maniera ben più esaustiva la storia delle targhe. È buona norma, quantomeno educazione, citare sempre la fonte di immagini di cui non si è autori.
    Sono ovviamente molto interessato ad un possibile censimento di formelle provenienti da quartieri Ina Casa. Ad oggi io ne ho schedate 90 tipi differenti.

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